Agricoltura

Dopo più di un secolo in Sicilia si ritorna a coltivare il riso. Rinascita economica e riscatto sociale

La coltivazione del riso in Sicilia ha origini antichissime. La massima diffusione si ebbe contemporaneamente alla diffusione dei cereali in Spagna. Del resto non parleremmo di arancini/e (anche grazie alla presenza e alla cultura araba) se non ci fosse stato questo importante cereale diffusosi nella piana di Catania e nelle zone della provincia di Enna dove esistevano molte zone umide, habitat ideale per la risocultura.

Risaia – Foto di form PxHere

Con l’Unità d’Italia si era deciso (per mano dei Savoia) che fosse più conveniente incentivare e sostenere le risaie di Piemonte e Lombardia, così furono abbandonate e successivamente, nel periodo fascista, definitivamente bonificate le zone paludose ed acquitrinose ove le colture erano più diffuse; poco alla volta la coltivazione del riso scomparve definitivamente.

Da circa sei anni, per opera di avveduti studiosi, ricercatori e agricoltori che hanno saputo coniugare competenze e amore, cuore e cervello, è ritornato il riso sui nostri campi con una marcia in più: quella che ha saputo guardare con lungimiranza al futuro in un periodo in cui il mondo sta andando pericolosamente verso la penuria di acqua e, come in questo periodo di siccità, questo metodo di “allagamento” dei terreni, si sta rivelando davvero una manna e potrebbe tornare utile al Nord Italia che ne sta soffrendo tanto.

Tre i punti di forza di questa nuova scommessa vincente. Una diminuita necessità di acqua, un inferiore ricorso alla manodopera e una riduzione dei costi di produzione. Come è potuto accadere ciò? Non certo per magia ma con i giusti investimenti e il livellamento del terreno, con una pendenza che si è ottenuta non a caso, ma con macchinari costosi.

“Siamo partiti nel 2016 con sei ettari, quest’anno siamo arrivati a 150” – racconta, in un’intervista a FocuSicilia, Sebastiano Conti, agricoltore e titolare dell’Azienda Agribio Conti che si trova nella piana di Lentini, tra le province di Catania e Siracusa – e continua – “Non allaghiamo i campi come avviene al Nord, ma innaffiamo grazie a uno speciale sistema di livellamento del terreno”.

Così non si spreca acqua; bagnando nella parte più alta del terreno, l’acqua lentamente, nel giusto tipo di terreno, scende verso la zona più bassa. Oggi il riso è coltivato nella Piana di Catania tra Augusta, Lentini, Carlentini, Francofonte, a Ramacca, a Paternò, a Belpasso e lungo il fiume Simeto. E anche nell’Ennese.

Ancora un punto a favore: il riso siciliano si ottiene con una produzione biologica perché il terreno in cui viene piantato non è stato sfruttato e quindi non necessita di “particolari spinte”. E grazie a questa sua peculiarità bio sta diventando un prodotto molto richiesto.

Unico neo il processo di sbramatura, come dice ancora Conti, l’agricoltore dell’omonima azienda, nell’intervista a FocuSicilia, riportata dal giornalista Valerio Musumeci, dove si rammarica per la mancanza, al momento, di stabilimenti, in Sicilia, adeguati a svolgere tale operazione.

Situazione che comporta il dover mandare il riso a Sibari, in provincia di Cosenza o a un’azienda di Vercelli, con elevati costi. Ma continua Conti – “Stiamo aprendo uno stabilimento a Scordia, nel catanese, nel quale potremo sbramare e confezionare il prodotto. Un grosso investimento da circa 700 mila euro” – aggiunge Conti, “che però ci permetterà di avere una filiera interamente siciliana”. Insomma il riso sta tornando alla grande nella nostra Sicilia.

4 Commenti

  1. Notizia bellissima. Non sono siciliana, sono italiana e amo la Sicilia. Terra ricca di storia, culla di cultura, di inebrianti colori, odori e sapori unici. Uomini e donne coraggiosi, intelligenti e dotatati di una sensibilità unica. Buon lavoro.

  2. Notizia positiva, viziata da una informazione inziale gratuitamente errata. Nel 1860, secondo le fonti dell’epoca, in Italia le risaie si estendevano su 138.092 ettari. Di essi, poco più di 800 si trovavano in Sicilia, quasi esclusivamente nelle province di Noto e Girgenti. Si trattava dunque di una coltivazione estremamente modesta che negli anni Ottanta dell’Ottocento si era poi ridotta di circa il 20% anche per eliminare, come nel caso di Ribera, i miasmi che mettevano a rischio la salute pubblica. Peraltro anche i Borbone per le loro cucine pretendevano riso piemontese. Che quella coltivazione sia stata abbandonata “per mano dei Savoia” (di chi? come? quando?) è la solita tiritera neoborbonica, priva di qualunque fondamento. Cfr. almeno V. Mortillaro, Notizie economico-statistiche ricavate sui catasti di Sicilia, Pensante, Palermo 1854. MAIC, Monografia statistica ed agraria sulla coltivazione del riso in Italia, Botta, Roma 1889. Una parola sulle risaie di Ribera in Sicilia, Firenze 1869.

  3. Ringrazio chi scommette e crede ancora in un “riscatto ‘ della Sicilia. Abbiamo tutto per crescere sia culturalmente che economicamente, purtroppo ci siamo sottomessi ad una classe politica che è riuscita a metterci in ginocchio, con le varie riforme che ci hanno illuso… e poi siamo andati avanti con un l’assistenzialismo che è stato un affronto alle nostre intelligenze.
    Sono felice e fiera nel pensare che grazie a coloro che riescono a venire fuori da canoni fissati da altri e ridanno alla Nostra Sicilia quella dignità che ci appartiene. Auguri e buon lavoro e se potete ditemi dove poter acquistare il Riso Siciliano. Sarò una sostenitrice. Buon Lavoro

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