Il Parlamento siciliano è davvero il più antico del mondo?
“Il Parlamento più antico del mondo.” In Sicilia questa frase si sente spesso, nei discorsi ufficiali, sui giornali e nelle guide turistiche. È una di quelle affermazioni che nessuno verifica mai, perché fa piacere sentirla. Verifichiamola, e vediamo cosa resta.
Le assemblee che vennero prima
L’Alþing islandese fu fondato nel 930 nella piana di Þingvellir, dove i capi delle comunità si riunivano per adottare le leggi e amministrare la giustizia, ed è la più antica assemblea legislativa del mondo. Il primato della continuità appartiene invece al Tynwald dell’Isola di Man, perché l’Alþing fu sciolto nel 1800 e ricostituito soltanto nel 1845.
Erano assemblee di natura diversa dalla nostra, fondate sulla consuetudine più che su una struttura di rappresentanza per ceti. Ma legiferavano davvero, e il Tynwald legifera ancora oggi. Il primato dell’antichità e quello della continuità, quindi, alla Sicilia non appartengono.
Mazara 1097, Palermo 1130
Le fonti collocano la prima assemblea del Regno nel 1097 a Mazara del Vallo, convocata da Ruggero I, in quella che oggi è la provincia di Trapani. Era un’assemblea itinerante e consultiva, che si riuniva quando serviva e dava pareri.
Il passaggio decisivo è del 1130, quando Ruggero II convocò a Palermo, nel Palazzo dei Normanni, le Curiae generales e proclamò il Regno di Sicilia. Secondo la lettura tradizionale il sovrano ricevette la dignità regia dalla sanzione del Parlamento, e da quel momento anche i suoi successori avrebbero avuto bisogno dell’assenso dell’assemblea.
E allora perché si dice che è il primo?
Perché a quel punto molti si fermano. Il 1130 viene prima di qualunque parlamento europeo che ci venga in mente, e la conclusione sembra automatica. Il confronto vero però è con León, e va fatto.
Nel 1188 il re Alfonso IX convocò le Cortes di León, e i documenti che ne uscirono, i Decreta, sono iscritti dall’UNESCO nel registro Memoria del Mondo come la più antica manifestazione documentaria del sistema parlamentare europeo. Il motivo è preciso: lì, accanto ai nobili e al clero, siedono per la prima volta i rappresentanti delle città.
È questo che separa una curia feudale da un parlamento. L’assemblea siciliana del 1130 riuniva nobili e prelati attorno al re, mentre le città entrano nel Parlamento siciliano più tardi, con il braccio demaniale dei secoli aragonesi. Sulla data la Sicilia arriva prima, sul criterio che gli storici usano no.
I primati che invece sono siciliani
Il Parlamento siciliano ha funzionato dal 1130 al 1816, quasi sette secoli, ed è una delle istituzioni parlamentari più longeve d’Europa. Nella forma dei secoli aragonesi era diviso in tre bracci: quello feudale con i nobili delle contee e delle baronie, quello ecclesiastico con arcivescovi, vescovi, abati e archimandriti, quello demaniale con i rappresentanti delle quarantadue città demaniali dell’isola.
Le sue funzioni erano soprattutto fiscali, perché approvava i donativi al re, cioè i soldi, ma non solo. Il Parlamento partecipò all’elezione del sovrano e vigilò sull’amministrazione della giustizia. Nel 1410 si riunì a Taormina, nel Palazzo Corvaja, proprio per eleggere il re di Sicilia, alla presenza della regina Bianca di Navarra. Nel 1446 toccò a Catania, dentro il Castello Ursino, sotto Alfonso V d’Aragona. Un’assemblea che sceglie il re non è un dettaglio di colore.
Con i viceré la Sicilia perse progressivamente autonomia politica, ma il Parlamento continuò a riunirsi anche sotto Carlo V e Filippo II.
Il 1812, il primato meno raccontato
Il momento più alto arrivò nel 1812. Il Parlamento approvò il 18 luglio una Costituzione che il reggente Francesco promulgò il 10 agosto. A scriverla era stato l’abate Paolo Balsamo, che prese a modello la costituzione britannica, mentre l’emissario inglese Lord William Bentinck faceva da arbitro della situazione politica dell’isola.
Quel testo aboliva i feudi, trasformandoli in proprietà private ereditarie e affidava il potere legislativo a due camere: la Camera dei comuni, eletta con voto censitario, e la Camera dei pari, di nomina regia e a carica vitalizia. Le proposte di imposta dovevano partire dai comuni. Era lo stesso anno della Costituzione di Cadice, promulgata in Spagna il marzo precedente, e la Sicilia stava dentro quella stagione europea, non a guardarla da lontano.
Dal 1816 al 1947
Quella Costituzione durò poco. Ferdinando, tornato re nel 1814, evitò di applicarla, dal 1815 non convocò più il Parlamento e nel dicembre 1816 soppresse il Regno di Sicilia unendolo a quello di Napoli.
Nel 1848, durante la rivoluzione, il Parlamento siciliano tornò a riunirsi e il 10 luglio approvò lo Statuto Fondamentale, dichiarando l’indipendenza dell’isola. Durò meno di un anno, fino al febbraio del 1849.
L’autonomia siciliana trovò un riconoscimento stabile solo dopo la Seconda guerra mondiale, con lo Statuto speciale del 1946, e dopo le elezioni del 20 aprile 1947 l’Assemblea Regionale Siciliana si insediò il 25 maggio dello stesso anno. Fra il Parlamento del Regno e l’Assemblea di oggi ci sono centotrent’anni di distanza: non sono la stessa istituzione, ma due capitoli della stessa storia.
E allora, di quale primato si tratta?
Non della più antica assemblea legislativa, che è islandese. Non della più antica ancora in funzione senza interruzioni, che è quella dell’Isola di Man. Non della più antica testimonianza documentata del sistema parlamentare europeo, che l’UNESCO riconosce nei Decreta di León del 1188.
Resta un’assemblea nata nel 1130 e viva per quasi sette secoli, che ha eletto i propri re e che nel 1812 si è data una Costituzione con due camere e senza feudi. Non serve gonfiarlo. Una storia così sta in piedi da sola, e per raccontarla non c’è bisogno di un primato che non ci appartiene.
