Cultura

“Cu nasci tunnu non deve diventare quadratu”. Abbiamo il coraggio di restare noi stessi?

Una storia ispirata a un proverbio siciliano sull’identità e sul coraggio di restare se stessi

Questa è la storia di un cerchio. Un semplice cerchio di legno, parte di un vecchio girello che aveva accompagnato i bambini di famiglia nei loro primi passi. Era stato abbracciato, trascinato, fatto correre tra cassetti da esplorare e armadi da aprire. Poi, come spesso accade agli oggetti che hanno dato tutto, era finito in garage, dimenticato.

Un giorno però tornò in casa. Fu messo su una mensolina, tra macchinine e peluche, e da lì ricominciò a vivere. Divenne compagno di giochi, attrezzo ginnico, hula-hoop improvvisato, persino protagonista di un numero circense. Incontrò altri cerchi, ognuno con una storia da raccontare. E lui? Lui non sapeva più chi fosse davvero.

La sua vita cambiò quando finì, come cimelio, in una scuola elementare. Studiato, osservato, rinchiuso in un armadio, approdò infine nel laboratorio di geometria. Lì conobbe il quadrato. E il confronto fu spietato: il quadrato, con i suoi angoli fermi e la sua stabilità ostentata, lo fece sentire inadeguato. 

Il cerchio iniziò a desiderare ciò che non era: voleva essere stabile, voleva smettere di rotolare, voleva assomigliare a lui. Ma si sa: “Cu nasci tunnu un pò moriri quadratu”. E nel tentativo di cambiare natura, si fece solo male.

Fu allora che tornò ai suoi ricordi: i cerchi di fumo dell’Etna, le lezioni della maestra che lo aveva paragonato a Giotto, i cerchi nell’acqua creati da un bambino che lanciava sassolini nel fiume. 

E proprio quel bambino, o meglio il suo nonno, gli cambiò la vita. Lo recuperò, lo portò a casa e lo usò per riparare il girello della moglie che aveva bisogno di un appoggio per muoversi in sicurezza. Il cerchio ritornò al suo posto. 

E lì capì finalmente chi era: un cerchio, felice di esserlo.

“Cu nasci tunnu un pò moriri quadratu”. Un proverbio siciliano, ma non solo, che tutti abbiamo sentito almeno una volta, spesso usato per sottolineare un difetto, mettendo in dubbio che tu un giorno possa cambiare, addirittura migliorare. 

Questa favola ci insegna ad accettare la nostra identità, a credere in noi, a migliorarci senza voler assomigliare ad altri.

Per chi vuole andare oltre

La storia raccontata in questo articolo è approfondita e sviluppata nel libro Chi nasce tondo non deve diventare quadrato di Angela Badalucco, che riprende lo stesso filo narrativo e simbolico per trasformarlo in un percorso più ampio di riflessione sull’identità, sull’accettazione di sé e sul coraggio di non rinnegare la propria natura.
Per chi desidera continuare questo viaggio, il volume è disponibile qui su Amazon.

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