C’era una volta in Sicilia “la festa dei morti” e non era dolcetto o scherzetto

Ci sono ricordi che non invecchiano. Il mio comincia da due ritratti appesi al muro, quelli dei nonni che non ho fatto in tempo a conoscere. Nonno Peppe, da parte di mamma, se n’era andato qualche anno prima che io nascessi. L’ho conosciuto in foto, anzi in un quadro con tanto di cornice, prima appeso in casa della nonna e dopo a casa mia. “Bello il mio Peppe” – diceva nonna Angela. Era davvero bello il nonno, un uomo di quei tempi con un bel paio di baffoni alla Vittorio Emanuele.
Nonna Marietta invece, da parte di papà, se n’era andata troppo presto, quando lui aveva poco più di 4 anni, lasciando 2 bambini. Erano tempi in cui si moriva di parto. Ma nonno Pietro ci regalò una dolcissima nonna e una grandissima mamma per i suoi bimbi così piccoli.
Di nonna Marietta è rimasto un dipinto ad olio che, da grande, ho incorniciato e custodisco gelosamente a casa mia. Mio papà quando veniva a trovarmi si metteva davanti a quella madre “non” conosciuta come fosse davanti a una Madonna!
Con questi sentimenti, cui adesso riesco a dare un significato più profondo, ci si preparava alla giornata, come recita il calendario, della “Commemorazione dei defunti”.
La festa dei morti in Sicilia
In Sicilia è “la festa dei morti”. Un’occasione di convivialità con chi non c’è più, una festa che nasce da lontano e che ha saputo, nel tempo, coniugare il sacro con il profano. Era usanza (ed è ancora presso le famiglie più tradizionali) ricordare i propri cari morti invitandoli a partecipare alla cena.
Si raccontava quindi ai bambini che quella notte tra l’1 e il 2 Novembre i nostri defunti, i nonni in particolare, sarebbero passati a trovarci e avrebbero lasciato doni ai nipotini. Quindi si faceva loro trovare la tavola apparecchiata. A condizione che i piccoli andassero a letto presto perché i nonni potessero lasciare, ben nascosti, i loro doni, nei cestinetti messi a loro disposizione. Un rito che si ripeteva ogni anno.
La mattina del 2 novembre
Al mattino, eravamo “in piedi”, come si dice da noi, prestissimo, con quell’unico pensiero. Era una festa, cercare, rincorrersi, frugare, mettere per aria credenze, cercare sotto i letti, aprire armadi fino all’urlo finale – “trovato! I cestinetti contenevano immancabilmente frutta autunnale, qualche dolcetto, martorana o pupi di zucchero e il giochino che era la trombettina o il trenino di latta per i miei fratellini e la bambolina di celluloide, ancora nuda, per noi bambine.
Era una festa, perché i giochi, i regali arrivavano solo “dai morti”, in quella data e in quella ricorrenza e non avevamo le mensole piene di tante cose, guardate e abbandonate! No, quel piccolo giocattolo era prezioso.
“Chi ti purtaru i morti?”
E allora tutti al cimitero a ringraziare i nonni, giocando con la trombettina, facendo le corse tra le tombe e i loculi, incontrando cugini, zii con i quali magari ci si trovava una volta l’anno, proprio lì e la domanda era quella – “Chi ti purtaru i morti?”
E i nostri “morti” ci sembravano davvero più vicini, i nonni ci sembrava di non averli persi del tutto, ci sembrava di poter parlare e giocare ancora con loro. Poi tornavamo a casa per aspettarli ancora, con altri doni, l’anno successivo. Finché la magia durava!
