Dialetto siciliano

“Mischinu”, “Babbu” e “Mammaluccu”: viaggio nell’affascinante mondo della lingua siciliana

Continua il nostro viaggio all’interno delle parole e dei modi di dire dialettali. Non v’è dubbio, soprattutto per gli estimatori e gli appassionati di questa ricerca, riconoscere come essi abbiano un fascino che rasenta la poesia. Oggi ci imbattiamo in termini che apparentemente potrebbero sembrare sinonimi. Ciascuno di essi ha, invece, la sua storia perché “la lingua siciliana” è figlia della storia, costruita, pezzo per pezzo, dai vari popoli che si sono avvicendati nel nostro territorio, nel corso dei secoli. 

Gatto – Foto di SakSa – Shutterstock

Quella storia è così radicata in ciascuno di noi che ci fa pensare in siciliano, sognare in siciliano, arrabbiarci in siciliano. Le nostre espressioni le traduciamo spesso nella “lingua nazionale” sia nel linguaggio parlato che scritto, mantenendo la stessa struttura. Facciamo fatica a vederne gli errori. Non ultima, oggetto di battutine a livello nazionale, quella di “scendere il cane”. Noi sappiamo ridere simpaticamente di ciò, perchè nessun dialetto ne è esente! E lo si riconosce appena si varca lo stretto.

Capita, ascoltando una persona che parla o racconta, chiedersi:- “ma è arabo?” Un’espressione che sintetizza perfettamente ciò che ha permeato la nostra cultura e la nostra lingua. Oggi prendiamo a cuore tre termini dialettali che potrebbero sembrare, come già detto, sinonimi ma che hanno sufficienti sfumature, tanto da doverli ben distinguere: “mischinu”, “babbu” e “mammaluccu”, (senza offisa ah!).

Rivolgiamo, per primo, la nostra attenzione al termine “mischinu“. Questo, va subito detto che non va confuso con la parola italiana “meschino”, la quale ha un’accezione del tutto dispregiativa riferendosi a persona priva di nobilità d’animo. La radice del nostro mischinu va ricercata nell’arabo “Miskīn” che vuol dire bisognoso, per eccesso persino mendicante.

Ma, nel nostro uso comune, si allontana da quel significato originario di bisognoso perché noi lo usiamo in tono compassionevole, affettuoso, di vicinanza a un individuo sfortunato, ingenuo, che ha subito un torto che non meritava. Persona a cui è capitato qualcosa di brutto per troppa bontà e generosità. Per estensione abbiamo coniato, con creatività, anche “mischinazzo” e addirittura il verbo intransitivo “mischiniari”.

Passiamo, adesso, al termine “babbu”. In siciliano ha un’accezione non propriamente simpatica ma che può avere diverse sfumature, come succede con altri termini. Sfumature che dipendono dal tono, dal contesto e dalla familiarità con l’individuo cui viene attribuito l’aggettivo. Generalmente indica stupidità che va fino all’ingenuità.

Per estensione, anche qui, abbiamo “babbiari”, termine molto usato da Camilleri, tanto da farlo apparire all’interno del dizionario Zanichelli. Questo nel significato di divertirsi, magari prendendo bonariamente in giro, come si fa tra bambini o tra amici cari. “Ci pigghiau a babbiata” oppure “Aviti u babbiu”, declinato e coniugato con grande disinvoltura e simpatia. In poche parole “Cu babbìa” potrebbe avere l’intenzione di farsi una risata a scapito della credulità di chi lo ascolta solo perchè “ci asciuddricau a risata”.

Nel resto d’Italia, in Toscana e in Sardegna soprattutto, la parola babbo  dal latino babbus si rifà alle prime sillabe, le labiali, che balbettano i neonati. Lallazione che si è ritrovata, nella lingua italiana, ad indicare la figura del padre.

Ultimo, per adesso, il termine “mammalùccu” che è arrivato in Sicilia dall’arabo mamālīk, nel significato di schiavo. I mammalùcchi, erano delle truppe di schiavi turchi, costretti, al servizio dei califfi. Nel tempo i mammalucchi si riscattarono ma, nonostante ciò, rimase la figura del mammalùccu come persona assoggettata, quindi incapace di ragionare con la propria testa, costretta ad ubbidire. Da qui anche il verbo “Stare a mammaluccare” nel significato di non saper concludere.

Per oggi finiamo qui; non abbiamo più voglia di “stare a mammaluccari”, perchè è ora di finire “u babbiu” e metterci a fare cose serie senza “babbiari” troppo, “mischineddri” noi. Alla prossima!

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