Dialetto Siciliano

“Curnutu o so paisi e u fissa unni va va”. Cicì e Cocò: la storia che tutti sapevano e nessuno raccontava…

Cicì e Cocò,. Così li chiamavano in paese.

Erano due cumpareddi che giravano sempre insieme sotto lo sguardo schernitore dei loro compaesani. Al loro passaggio venivano additati e presi in giro. Si parlottava di loro dandosi gomitate e sghignazzando a voce alta – “Guardali sempre insieme; sono proprio come “A corda e u sicchiu”. E loro, impassibili, si facevano scivolare tutto addosso. Ma non era stato sempre così…

Giovanni, detto Vanni, in passato era stato un gran bel dongiovanni, di nome e di fatto. Sempre allicchettato di prima mattina, faceva il cascamorto con signore e signorine. Galante, fascinoso non c’era donna che gli resistesse.

Ma come si dice “chi la fa l’aspetti”. E quando, finalmente, finì di saltare di fiore in fiore e si posò sulla rosa più bella del paese non riuscì per molto tempo a tenere a bada il suo istinto di conquistador …. E beh, il vizietto ogni tanto tornava. Perché il lupo perde il pelo ma non il vizio.

Ma non passò molto tempo che, come dice il proverbio “Chi di corna ferisce, di corna perisce”, si ritrovò, un bel giorno, adornato di un palco maestoso, così folto e così ricco di ramificazioni, che nessun cervo aveva mai osato mostrare.

Immediatamente destituito dal trono di seduttore primario, cadde in disgrazia e, deriso ed etichettato, fu allontanato da tutti. Non gli rimase altra compagnia che Lorenzo, quel pover’uomo che la natura non aveva fornito di grandi doti e che se la faceva “gnuni gnuni” perché nessuno gli offriva un minimo di attenzione.

I due diventarono inseparabili proprio come “a corda e u sicchiu”. Giravano per il paese e, dietro di loro, una scia di sorrisi, gomitate e pernacchie erano più rumorose di una coda alle processioni.

Li chiamavano “Lorenzu pisa e Vanni abbannia”, ricavando questa immagine dai venditori ambulanti che percorrevano le strade del paese vendendo la loro merce. Questo voleva dire che uno equivaleva all’altro, anzi erano complementari nel loro fare giornaliero!

Stanchi di questa vita che non li soddisfaceva più, un giorno decisero di comune accordo, l’idea fu più di Vanni che di Lorenzo, di lasciare il paese e di trasferirsi in una città dove nessuno li conosceva.  

Qui il mondo apparve loro luminoso, ricco di occasioni ed opportunità. Trovarono un lavoro umile nella ristorazione e si inserirono ben presto in gruppetti al bar, fecero conoscenze nei mercatini, frequentarono strutture sportive. Insomma veleggiavano verso una vita pressoché normale. Lavoro, serate, amici.

Finché un giorno Vanni sfoderò le sue vecchie abitudini. Aria da conquistatore e, da Vanni pisa, a Dongiovanni il passo fu breve. Riprese a volare di fiore in fiore e a seminare vittime amorose, ad affascinare le più belle donne del paese perché lui aveva un’arma seducente che non era seconda a nessuno.

E fu subito stimato e considerato quasi un vincente da quei cittadini che non conoscevano il suo trascorso di “cervo a primavera”. Il povero Lorenzo, Lorenzo era e Lorenzo rimase.

Al suo paese era deriso o lasciato ai margini e anche qui il suo destino si ripeté. Oggi si direbbe che aveva problemi cognitivi. Allora si diceva più semplicemente che era “U scemu du villaggiu”.

In questa nuova realtà non poteva certo reinventarsi e mettere in mostra qualità che non possedeva! Pertanto anche qui rimase ai margini perché subito fu additato e deriso, magari bonariamente, perché riconosciuto per quello che era, “u fissa”.

Del resto come si dice in Sicilia: “U curnutu o so paisi e u fissa unni va va!!!

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