Dialetto Siciliano

“Dissi u surci a la nuci: dammi tempu… ca ti perciu”. I proverbi siciliani non sbagliano mai!

I proverbi siciliani rappresentano uno dei patrimoni più preziosi della tradizione dell’isola. Tramandati di generazione in generazione, custodiscono insegnamenti, esperienze di vita e riflessioni che ancora oggi conservano tutta la loro attualità. Con poche parole riescono a esprimere concetti profondi, utilizzando immagini semplici ma efficaci.

Tra i detti più conosciuti c’è “Dissi u surci a la nuci: dammi tempu… ca ti perciu”, un proverbio che invita a non arrendersi davanti alle difficoltà e ricorda come la pazienza, la costanza e la determinazione possano permettere di raggiungere anche gli obiettivi più difficili.

Il dialetto siciliano continua ancora oggi a custodire un patrimonio di straordinario valore, fatto di proverbi, modi di dire e antiche espressioni che raccontano la storia e la cultura siciliana.

Una storia di Angela Badalucco

Autrice e collaboratrice di CustonaciWeb, Angela Badalucco interpreta il significato di questo celebre proverbio siciliano attraverso una storia originale che invita a riflettere sul valore della pazienza, della costanza e della perseveranza.

A San Remino, dove i campi parlavano più degli uomini, vivevano due contadini che erano l’uno l’opposto dell’altro e più diversi di così non si poteva. Tonio era un tipo stravagante, un po’ troppo pieno di sè, sempre con l’aria di chi ha appena avuto un’idea geniale ma se l’è già dimenticata.

Camminava per i campi con le mani dietro la schiena e diceva frasi come: “Eh, io di qua, io di là… se mi ci mettessi davvero, altro che raccolti, farei storia! Se solo avessi tempo, farei miracoli. Peccato che il tempo lo sprecasse come l’acqua in un secchio bucato e i miracoli non arrivavano da soli. E intanto il libro della sua storia continuava ad avere tante pagine bianche

Berto, invece, era un uomo tranquillo, solido come un muretto a secco. Parlava poco, lavorava molto. Poche parole e molti calli nelle mani. Quando gli chiedevano come facesse a portare avanti tutto, rispondeva sempre: – “Una zolla alla volta!” Non si vantava mai, non si lamentava mai. Faceva. E basta.

Un giorno Tonio decise che avrebbe aperto un nuovo campo dietro il boschetto. “Vedrai, Berto – disse – in due giorni lo preparo tutto. Io sono uno che quando si mette… si mette!” Berto annuì, senza commentare. Lo conosceva. Tonio iniziò il lavoro con grande stile: maniche rimboccate, falcetto in mano, aria da eroe agricolo. Dopo dieci minuti era già seduto all’ombra del grande platano, a contemplare il cielo. “Sto riflettendo sulla strategia” – diceva. Dopo altri dieci minuti era ancora lì, ma con un filo d’erba in bocca. “Sto valutando le priorità” – commentava.

Berto, nel frattempo, passò di lì con la carriola. “Serve una mano?” – chiese. “No, no, figurati! Io di qua, io di là… questo campo lo sistemo in un lampo” – disse gongolandosi.

Un giorno Berto annunciò che avrebbe sistemato quello che tutti chiamavano “Il Campo delle Spine”, un terreno abbandonato da anni, pieno di rovi, sassi e ricordi di chi aveva provato e fallito. Tonio rise così forte che spaventò due galline e perfino il gallo cedrone che non si spaventava mai di niente. – “Ma dai, Berto! Quel campo lì? Non ce l’ha fatta nessuno! E tu pensi di riuscirci? Ma figurati! Io, se volessi… io di qua, io di là… ma tu? Tu ti stanchi solo a guardarlo!” – era la sua solita filastrocca.

Berto non rispose. Guardò il campo, poi guardò Tonio, e disse soltanto: – “Una zolla alla volta”. Tonio alzò gli occhi al cielo, come se fosse stato costretto a sopportare un ingenuo. Intanto continuava a pavoneggiarsi come un gallo che non ha mai visto una volpe. Ogni volta che Berto parlava del suo progetto di rimettere in sesto il Campo delle Spine, quello che tutti consideravano maledetto, Tonio rideva come se avesse sentito la barzelletta dell’anno.

“Berto, ma tu sei pazzo! Quel campo lì non lo sistema manco un esercito! E tu? Tu? Ma dai! Io di qua, io di là… se mi ci mettessi io, altro che rovi, ci farei crescere l’oro!” Berto non rispondeva. Non perché non avesse parole, ma perché le sue parole erano preziose come i semi: le usava solo quando servivano davvero.

Tonio continuava a ridere del progetto di Berto, come se fosse una follia da raccontare alle fiere. Ogni volta che passava davanti al Campo delle Spine, scuoteva la testa e diceva: – “Berto, ma tu sei testardo forte! Quel campo lì non lo sistema manco un miracolo. Io te l’ho detto: è tempo perso! Ma tu non la vuoi capire!”

E lo diceva con quella leggerezza cattiva di chi non si accorge di ferire, o forse se ne accorge benissimo. Berto non rispondeva. Ma non dimenticava. Un giorno, mentre Tonio faceva il suo solito discorso pieno di “io”, “io”, “io”, un topolino sbucò da sotto un sasso. Portava una noce grande quasi quanto lui. Tonio scoppiò a ridere: – “Ma guarda questo scemo! Quella noce non la bucherà mai! È troppo grossa per lui!”

Berto lo osservò in silenzio. Poi, con calma, disse: – “Una zolla alla volta! Dagli tempo”. Tonio non capì e infatti continuò a ridere.

Il topolino iniziò a rosicchiare piano, con una pazienza che avrebbe fatto invidia anche a un santo, un morso dopo l’altro, senza fretta, senza pause teatrali, senza dichiarazioni altisonanti, senza gonfiarsi il petto e senza squittire in tutte le lingue con cui si intendeva con gli altri roditori.

Tonio invece continuava a parlare, a sospirare, a fare progetti che evaporavano come la rugiada al sole.

A metà pomeriggio, mentre Tonio stava spiegando per la decima volta come lui avrebbe sistemato il campo “in due giorni, se solo avesse avuto voglia”, si sentì un crac secco.

Il topo aveva bucato la noce. Completamente. Con calma, senza clamore, senza proclami.

Berto si avvicinò, guardò il guscio aperto e disse, con quella calma che sa di rivincita: – “Vedi, Tonio… nella vita c’è chi parla e chi fa. E c’è chi aspetta. E quando arriva il momento… risponde”.

Nei giorni successivi, Berto continuò a lavorare al Campo delle Spine. Tonio passava, guardava, scuoteva la testa e diceva: – “Non ce la farai mai”. Finché un pomeriggio, vedendo che il campo stava davvero cambiando, sbottò: – “Ma com’è possibile? Io ti avevo detto che era impossibile!”

Berto si fermò, si asciugò la fronte e rispose: – “Lo so che me l’avevi detto. E io me lo sono ricordato”. Poi aggiunse, con quella punta di ironia che sa di Sicilia antica: – “Dissi u surci a la nuci: dammi tempu… ca ti perciu”.

Tonio capì. Stavolta non rise e rimase zitto. Non perché non avesse parole, ma perché, per la prima volta, aveva capito che certe parole tornano indietro come boomerang.

In Sicilia i proverbi non sbagliano mai mira. “Dissi u surci a la nuci: dammi tempu… ca ti perciu” è uno di quelli che fanno sorridere finché non ti ci ritrovi dentro. In questa storia c’è un contadino che parla troppo, uno che lavora in silenzio e un topolino che, senza dire una parola, dà la lezione più grande di tutte.

Cosa significa “Dissi u surci a la nuci: dammi tempu… ca ti perciu”?

Tradotto letteralmente significa: “Disse il topo alla noce: dammi tempo che ti buco.”

Il proverbio utilizza l’immagine del topo che, con pazienza e determinazione, riesce a perforare il duro guscio della noce. Il suo significato è chiaro: anche ciò che sembra impossibile può essere raggiunto con costanza, impegno e perseveranza.

Ancora oggi questa espressione viene utilizzata quando si vuole incoraggiare qualcuno a non scoraggiarsi e a continuare a perseguire i propri obiettivi, ricordando che i risultati più importanti richiedono tempo.

I proverbi siciliani, un patrimonio da custodire

I proverbi fanno parte della memoria collettiva della Sicilia e continuano a essere tramandati nelle famiglie, nelle piazze e nella vita quotidiana. Ogni detto racchiude un insegnamento che, pur nato molti anni fa, conserva ancora oggi un valore universale.

Custodire e valorizzare questo patrimonio significa preservare una parte importante della storia e dell’identità dell’isola, affinché le nuove generazioni possano continuare a conoscere la ricchezza della lingua, delle tradizioni e della cultura siciliana.

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Se amate i proverbi, le storie e le antiche tradizioni della nostra terra, vi invitiamo a scoprire anche “Favole e Leggende di Sicilia”, il libro di Angela Badalucco. Un viaggio tra racconti, miti e leggende che hanno accompagnato per secoli la cultura e l’immaginario dell’isola, contribuendo a mantenere viva la memoria delle sue radici.

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