Credenze Popolari

L’antico rito del “padre nostro verde” con cui i pescatori tagliavano i “draunara”

C’è stato un tempo in cui, davanti a una tromba marina, i marinai siciliani impugnavano un coltello. Tagliare la tromba d’aria era un rito fatto di gesti e parole precise, affidato al comandante della barca. Sulle coste meridionali d’Italia, e non solo, qualche marinaio lo pratica ancora.

Non è una leggenda nata sui social. A fine Ottocento Giuseppe Pitrè, il medico palermitano che raccolse le tradizioni dell’isola, gli dedicò un intero capitolo di Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano. Si intitola “Il dragone” e riporta i nomi che ogni paese dava al fenomeno e le diverse versioni della preghiera.

Quel titolo dice già molto. Per la scienza è una tromba d’aria che si sviluppa o si sposta sul mare: si forma sotto una nube temporalesca, dura poco e di norma si esaurisce da sola. Per i marinai era invece il “draunara”, il dragone, opera malvagia di un demone.

Per questo il comandante, appena la avvistava, recitava il “padrenostro verde”: una sorta di preghiera capovolta, detta per ingannare lo spirito maligno e tenerlo buono qualche istante. Subito dopo venivano lo scongiuro e i tagli nell’aria. Solo quando il “dragone” era scomparso arrivava il padrenostro in ringraziamento a Dio per il pericolo scampato. Credenza popolare e fede cristiana: in Sicilia hanno convissuto a lungo senza darsi fastidio.

La preghiera dei marinai per tagliare la tromba d’aria

Gli scongiuri della tradizione siciliana contro le trombe marine sono tanti e variano a seconda dei luoghi. Il più noto è quello che Pitrè raccolse a Palermo e che usavano anche i marinai del Canale di Sicilia, da Trapani a Mazara. Per tagliare la tromba d’aria ci si toglieva il cappello e, rivolti alla “coda” che scendeva dal cielo, si recitavano questi versi.

Lùniri santu, Màrtiri santu
Mèrcuri santu, Iòviri santu
Vènnari santu, Sàbbatu santu
Duminica di Pasqua
sta cuda a mmari casca
e pi lu nnomu di Maria
sta cuda tagghiata sia

Recitata l’orazione, il comandante faceva tre tagli orizzontali con la mano, come a voler tagliare la coda della tromba marina. Chi usava il coltello lo voleva con il manico nero; a Pantelleria e alle Eolie la lama era di ossidiana. Secondo quanto si racconta, subito dopo la coda si sollevava verso il cielo e il mare tornava calmo.

Ogni porto la sua formula

A Mazara i pescatori se la prendevano con un serpente in mezzo al mare: in nome di Dio Onnipotente gli tagliavano la coda, la testa e i denti. Nel Messinese lo scongiuro diventava un dialogo, con il dragone che supplicava di non essere tagliato e prometteva di andarsene oltre il mare. A Cefalù bastava una litania in latino storpiato, chiusa da tre croci segnate a mani nude.

Una formula segreta, tramandata solo la notte di Natale

Una formula così non si imparava in un giorno qualunque. A Trapani, racconta Pitrè, la notte di Natale i vecchi marinai la insegnavano ai più giovani appena cantato il Te Deum. Intanto i pescatori immergevano le mani nell’acquasantiera, sperando di non fare mai naufragio. Chi insegnava poteva recitarla una volta sola. Chi non riusciva a fissarla subito nella memoria doveva aspettare il Natale dell’anno dopo.

Oggi le barche hanno il radar e il bollettino meteo arriva sul telefono. Eppure, in qualche porto siciliano, c’è ancora chi quella formula la conosce. E non la dice a nessuno, fino a Natale.

Un Commento

  1. Invece nel mazarese ricordi mia nonna essendo famiglie di marinaio raccontava era diverso la preghiera,ma stesso significato.
    Si prendeva un coltello dal manico nero e si recitava questa preghiera.In nome di Dio Onnipotente ti taglio,la testa,la cura e Li denti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button