Il paese siciliano dove la paura “si cura” con un sasso. Conoscete dove e perché?
Una cappella rupestre, una santa pietrificata e il ricordo di un’antica tradizione popolare
Chi arriva a San Vito Lo Capo resta conquistato dal mare turchese e dalla spiaggia bianca che si stende ai piedi del Monte Monaco. Ma qui, fidatevi, non c’è solo il mare: tra le vie del paese si nascondono bellezze architettoniche e storiche che meritano tutta la vostra attenzione, testimoni di un passato fatto di fede, naufragi e leggende. Una di queste è talmente radicata nella tradizione locale che, se vi trovate nella zona di Trapani e prendete un bello spavento, qualcuno vi dirà scherzando: “Devi andare a San Vito per farti passare lo spavento!”. Curiosi di sapere da dove nasce questo modo di dire? Vi raccontiamo tutto.
Le origini di San Vito Lo Capo si rifanno a un’antica leggenda legata al giovane martire cristiano Vito, figlio di un alto funzionario dell’antica Roma. Per sfuggire alle persecuzioni di Diocleziano, il giovane fuggì da Mazara, sua città natale, insieme alla nutrice Crescenzia e all’istitutore Modesto, che lo avevano convertito al cristianesimo.
Dopo alcuni giorni di navigazione, una tempesta costrinse la loro nave ad approdare proprio dove oggi sorge San Vito Lo Capo. Qui Vito, Modesto e Crescenzia provarono a convertire gli abitanti del villaggio alla fede cristiana, ma le cose non andarono come speravano: gli abitanti li scacciarono malamente e li minacciarono.
Fu allora che la punizione divina si abbatté sul villaggio: un’enorme frana lo seppellì insieme ai suoi abitanti. Crescenzia, sopraffatta dal terrore, rimase pietrificata all’istante.

L’antico rito contro la paura
Ed eccoci al motivo per cui, da queste parti, “andare a San Vito” è diventato sinonimo di “farsi passare lo spavento”. Dalla leggenda della pietrificazione di Santa Crescenzia nacque un’usanza un tempo molto diffusa tra gli abitanti del luogo: recarsi alla cappella per chiedere alla Santa la grazia di “fari passari u scantu a li spirtati”, cioè liberare dalla paura chi era rimasto scosso da un forte spavento. Il rito prevedeva di gettare un sasso all’interno del tempietto sacro, gesto che oggi non viene più praticato.
Negli anni passati questa usanza era diventata talmente sentita che i massi accumulati, alcuni davvero enormi, arrivarono a impedire l’accesso alla cappella, occupandone per intero l’interno fino al tetto. Da alcuni anni, grazie ad alcuni lavori di restauro, la cappella si è liberata da quel peso e oggi accoglie di nuovo turisti e pellegrini in tutta la sua bellezza: una tappa che racconta, meglio di tante guide, l’anima autentica di questa terra. Oggi si può ammirarla proprio così, libera e restaurata: un buon motivo per lasciarla come l’abbiamo ritrovata, senza sassi…